Alle due di notte il telefono vibra sul comodino. Il nome di mia nipote sullo schermo. Giulia, otto anni. A quell’ora, una telefonata di un bambino significa una cosa sola: non c’è rimasto nessun altro da chiamare.

Mi chiamo Rosario Ferrara. Ho insegnato lettere per ventinove anni al liceo classico di Palermo. Ho corretto migliaia di temi, ho spiegato l’Odissea a generazioni di ragazzini che sognavano solo il telefono sotto il banco. In tutti quegli anni ho imparato una cosa sola che vale davvero: i bambini non mentono quando piangono.
Fingono quando ridono, fingono di stare bene, di non avere fame, di non avere paura. Ma quando piangono nel buio, alle due di notte, quello è il suono più vero che esista. Rispondo al secondo squillo. “Giulia, tesoro, che succede?
”
Dall’altra parte non c’è un pianto normale. C’è quel respiro rotto di chi ha pianto così a lungo che le lacrime sono finite e resta solo il tremore. Come un motore che gira a vuoto. Come la risacca dopo la tempesta.
“Nonno… ”
La sua voce è l’unica parola che le è rimasta. “Sono qui. Dimmi cosa è successo.
”
“Se ne sono andati. ”
“Chi se n’è andato, amore mio? ”
“Papà, mamma e Lorenzo. ” Si spezza sull’ultimo nome.
Suo fratello, undici anni, il figlio biologico di Davide e Patrizia. Quello con gli stessi occhi di suo padre, lo stesso modo di ridere, la stessa faccia in ogni foto di quella casa. “Sono andati in crociera. Quella grossa, nonno, quella che parte da Palermo e va in Grecia e in Croazia.
Sette giorni senza di me. ”
Ripeto la frase per essere sicuro di aver capito. “Sono andati in crociera. Hanno detto che lunedì ho scuola e non aveva senso portarmi.
Ma neanche Lorenzo ha scuola lunedì. E nonno, perché? Perché non mi hanno portata? ”
Eccola lì.
La domanda che nessun bambino dovrebbe mai dover fare. Non perché non le hanno comprato un gelato. Perché non l’hanno portata. Perché l’hanno lasciata lì e sono andati senza di lei.
Perché è invisibile. Voglio che capiate una cosa su quel momento. Io ho gestito classi di trenta adolescenti siciliani per quasi trent’anni senza mai alzare la voce. Ho affrontato genitori furiosi, colleghi insopportabili, presidi che cambiavano le regole ogni settimana.
Ho corretto il tema di maturità di un ragazzo che aveva scritto sei pagine sulla morte di sua madre, con le mani ferme e gli occhi asciutti. Quella notte, seduto sul letto, ho dovuto premere il pugno contro la bocca per non dire tutte le cose che stavo pensando. “Non hai fatto niente di sbagliato”, le dico. “Mi senti?
Niente. ”
“E allora perché? ”
“Non lo so ancora. Ma lo scoprirò.
”
Non sapevo che quella promessa sarebbe diventata la più importante degli ultimi dieci anni della mia vita. Chiamo il mio vicino Tancredi alle 2:11. Lui risponde al primo squillo, completamente sveglio. “Tancredi, devo partire.
Mi tieni le piante? ”
“Quanto tempo? ”
“Non so. Qualche giorno, forse di più.
”
“Passo tra dieci minuti a prendere le chiavi. ” Non fa una sola domanda che non voglio sentire. Lo conosco da diciotto anni e quell’uomo non si è mai fatto i fatti suoi, tranne ogni singola volta in cui contava davvero. Cerco un volo sul telefono.
C’è un Ryanair delle 6:15 da Punta Raisi per Catania. Costa 62 euro. Non guido due ore e mezza nel cuore della notte sull’autostrada. Ho 58 anni, non 30.
La schiena ha deciso per me. Poi faccio una cosa che non facevo da molto tempo. Vado nello studio, apro il primo cassetto a sinistra della scrivania, quello con le vecchie agende e i pennarelli rossi che non uso più da quando sono in pensione. Prendo la matita rossa corta, col tappo masticato da 29 anni di correzioni.
L’ho usata per cerchiare errori di ortografia, per sottolineare incongruenze, per segnare a margine le domande che lo studente avrebbe dovuto farsi. Mi dico che è solo un’abitudine. La infilo nel taschino della giacca. Atterro a Fontana Rossa alle 6:53 del mattino.
Il cielo sopra Catania è grigio perla, quella luce che precede l’alba e che in Sicilia dura pochissimo. Noleggio una Lancia Y grigia che puzza di deodorante alpino. Guido 22 minuti fino a via Ferrini. La palazzina è un edificio anni ’70, con i balconi pieni di panni stesi e le persiane verde scuro che nessuno ha mai ridipinto.
Il portone di ferro si apre solo se sai il trucco: tirare, non spingere, e poi dare un colpo col ginocchio in basso a destra. Giulia deve aver guardato dalla finestra, perché il portone si apre prima che arrivi al citofono. È in pigiama rosa, con dei piccoli panda disegnati sopra. I capelli scuri e ricci, un nido dopo la notte.
Gli occhi gonfi. Ha pianto da molto prima di chiamarmi. Non dice niente. Corre.
La prendo ai piedi delle scale e la tengo stretta. Mi avvolge le braccia intorno al collo con la presa di chi ha bisogno di assicurarsi che sei reale. Sento il suo respiro contro la mia spalla, un lungo tremito, come se avesse trattenuto il fiato per ore. “Ci sono”, dico.
“Sono qui. ”
Restiamo così nell’androne per un po’. Il palazzo è silenzioso. Da qualche parte al primo piano si sente una caffettiera che borbotta.
Il signor Ferretti del piano terra esce con la spazzatura, ci guarda, fa un cenno col capo e passa oltre. Il modo in cui le persone nei condomini siciliani riconoscono le situazioni: ti vedo, rispetto la tua privacy, vai avanti. Alla fine mi stacco e la guardo in faccia. “Hai mangiato?
” Scuote la testa. “Hai dormito? ” Fa una faccia che vuol dire sì, ma non è per niente convincente. “Va bene.
Andiamo su. Mi fai vedere dov’è tutto e ti preparo le uova strapazzate più disgustose che tu abbia mai mangiato, perché lo sai che non so cucinare. ”
Quasi sorride. Quasi.
La casa mi dice delle cose prima che Giulia apra bocca. Un’altra vecchia abitudine da insegnante: leggi l’ambiente prima di leggere le persone. Il corridoio ha le foto di famiglia disposte lungo la parete, quel tipo di galleria curata che dice: “Guardate come siamo felici”. Cammino lentamente.
La foto scolastica di Lorenzo, seconda media, gran sorriso, il naso di Davide identico. Davide e Patrizia davanti al teatro greco di Taormina, Lorenzo tra loro, tutti e tre che ridono col mare dietro e l’Etna sullo sfondo. Il trofeo di calcetto di Lorenzo sullo scaffale. Il disegno di Lorenzo incorniciato, incorniciato sul serio, con vetro e passpartout, accanto al bagno.
Conto undici foto in quel corridoio. Volete indovinare quante hanno Giulia dentro? Due. Una è la foto del primo giorno di scuola, leggermente fuori centro, come se fosse stata appesa come un ripensamento.
L’altra è una foto di gruppo, Natale, dove Giulia sta all’estremità sinistra del quadro, mezzo passo dietro tutti gli altri, come se fosse capitata per caso nel ritratto di famiglia di qualcun altro. Rimango lì davanti a quella foto di Natale più a lungo di quanto dovrei. Giulia viene accanto a me e la guarda anche lei. “Non mi piace quella”, dice piano.
“Perché no? ”
Si stringe nelle spalle. “Sembro una che è in visita. ”
Otto anni.
Aveva già capito quello che io stavo solo cominciando a documentare. Tocco la matita rossa nel taschino. A colazione, sopra le uova che, come promesso, sono genuinamente orribili, Giulia parla. La lascio guidare.
Un’altra vecchia abitudine: non interrogare un testimone, non mettere le parole in bocca a un alunno durante un’interrogazione. Se il ragazzino sa le cose, le dice. Se non le sa, il silenzio parla per lui. “Quando te l’hanno detto che partivano?
”
“Martedì sera dopo cena. Papà ha detto che era un viaggio dell’ultimo minuto per il compleanno di Lorenzo. ”
Il compleanno di Lorenzo non è fino a… Mi fermo.
Mancano due mesi. “Lo so”, dice Giulia senza alzare gli occhi. “Non ho detto niente però. ”
“Perché no?
”
“Perché l’altra volta, quella della gita in campeggio, la mamma si è arrabbiata e ha detto che ero egoista. E poi papà non mi ha parlato per tre giorni. ”
Eccola lì. Quella frase che cambia tutto.
Non il viaggio, non le foto sul muro, ma questo: una bambina di otto anni che ha imparato che protestare significa perdere l’affetto. Che chiedere perché non vengo anch’io si chiama egoismo. Che il silenzio è più sicuro della verità. Mantengo la faccia neutra.
Faccia da insegnante, quella che ho praticato per 29 anni. Nessuno ci è mai riuscito a capire se ero arrabbiato, tranne un ragazzo di quarta ginnasio che una volta ha dato fuoco al cestino, ma quella è un’altra storia. “Quale gita in campeggio? ”
“A settembre sono andati sulle Madonie, sopra Cefalù, con le tende e tutto.
Solo che hanno portato Lorenzo e basta. A me hanno detto che avevo il pigiama party da Zara quel fine settimana, ma Zara ha disdetto all’ultimo e io sono rimasta a casa con la signora Ferretti del piano di sotto. ”
Lo dice con naturalezza, come se fosse un fatto. Come un problema di matematica già risolto.
Come se il dolore fosse stato processato così tante volte che si è levigato, come uno scoglio battuto dalla risacca per anni, finché non diventa liscio, e sembra che sia sempre stato così. Zara Mancuso, la migliore amica di Giulia. Archivia il nome. Non lo so ancora, ma a settembre sarebbe diventata la prova numero uno.
“Giulia”, poso la forchetta. “È successo altre volte che loro andassero da qualche parte senza di te? Più di una volta? ”
Mi guarda a lungo, abbastanza a lungo da capire che sta decidendo qualcosa.
Decidendo se fidarsi di me col peso intero della cosa. Poi annuisce lentamente, con cautela, come se quel cenno del capo le costasse qualcosa. “Quante volte, tesoro? ”
Guarda il soffitto.
Conta. Lo stomaco mi si rovescia con ogni secondo di silenzio. “Tante”, dice alla fine. “Nonno, tante.
”
Allungo la mano attraverso il tavolo e metto la mia sopra la sua. Le uova strapazzate sono l’ultimo momento normale che avremo per molto tempo. Davide chiama a mezzogiorno. Lascia squillare fino a quando il telefono non si stanca.
Chiama di nuovo alle 12:43. Poi Patrizia prova alle 13:05. Alle 13:17 Davide lascia un messaggio vocale che alla fine avrei fatto sentire in un’aula di tribunale. Davide Ferrara, mio figlio.
Il mio sangue. Il ragazzo a cui avevo insegnato ad andare in bicicletta nel cortile della scuola elementare. Quello a cui avevo spiegato i congiuntivi prima che li facessero in classe. Quello a cui avevo comprato la prima copia dell’Iliade in edizione tascabile, perché volevo che capisse da dove veniva il suo cognome.
Quello a cui avevo pagato tre anni di economia alla Bocconi di Milano prima che capisse cosa voleva fare della sua vita, e cioè tornare a Catania e aprire un’agenzia immobiliare. Chiama il mio telefono quattro volte tra mezzogiorno e l’1:47 di quel giovedì. Quattro volte. Nemmeno una volta inizia con “Giulia sta bene”.
Riascolto tutti e quattro i messaggi vocali mentre Giulia dorme sul divano, finalmente addormentata, sotto una coperta pesante che ha trovato nell’armadio del corridoio e che evidentemente si è trascinata fuori da sola nel cuore della notte, come una bambina che si costruisce una zattera quando sente che la corrente la sta portando via. Mi siedo al tavolo della cucina di Davide col mio taccuino, la matita rossa e una tazzina di caffè. Ascolto. Messaggio uno, mezzogiorno e due.
“Ciao papà, sono io. Immagino che Giulia ti abbia chiamato. Me l’aspettavo. Forse…
senti, non è… è più complicato di come sembra adesso. Ok, richiamami. ”
Più complicato.
Come il calcolo differenziale è complicato. Come la Divina Commedia è complicata. Come se lasciare una bambina di otto anni a casa da sola, mentre porti suo fratello a Gardaland, fosse una questione filosofica sfumata che richiede un seminario universitario per essere compresa appieno. Messaggio due, 12:43.
“Papà, dai, richiamami. So che ci sei. ”
No, figlio mio. Io sono qui.
C’è differenza. Messaggio tre, 13:05. Questo è Patrizia. “Rosario, volevo solo che sapessi che Giulia era completamente al sicuro.
La signora Ferretti di sotto sapeva che doveva controllarla. Le abbiamo lasciato il cibo. Aveva il tablet. ”
Cibo e tablet.
Come una pianta d’appartamento. Come il gatto randagio del cortile. Gli lasci le croste e speri per il meglio. Prendo la matita rossa.
Scrivo a margine del taccuino: “Nessun contatto di emergenza designato. Minore lasciata senza tutore legale presente, affidata informalmente a vicina di casa, senza delega scritta. ” Ventinove anni di insegnamento. So leggere un verbale.
So cosa succede quando l’assistente sociale bussa alla porta e chiede chi è il responsabile del minore. E la risposta “la signora del piano di sotto” non è mai stata sufficiente in nessuna scuola, in nessun tribunale, in nessun posto al mondo. Messaggio quattro, 1:47. Davide di nuovo.
Questo è diverso. Questo ha il rumore del mare dietro. Vento, musica da ponte piscina, il tintinnio dei bicchieri. Il suono inconfondibile di una nave da crociera.
Un posto progettato per fabbricare gioia galleggiante. Mio figlio mi sta chiamando dal ponte di una MSC da 20. 000 euro per spiegarmi perché sua figlia non è lì con lui. “Senti papà, ho bisogno che tu non ne faccia un dramma.
Giulia sta bene. Tu che sei lì… è in realtà perfetto. Lei ti adora.
Funziona per tutti così. Torniamo sabato prossimo, ne parliamo allora. Basta, basta, tienila tranquilla, ok? Non diventare melodrammatica.
”
Non diventare melodrammatica. Poso il telefono molto lentamente sul tavolo, con molta cura. Come si posano le cose quando la tentazione è di lanciarle contro il muro. Ha otto anni e ha chiamato suo nonno alle due di notte perché le persone che avrebbero dovuto sceglierla hanno scelto di non farlo.
E la parola che ha trovato è melodrammatica. Prendo il taccuino. Scrivo tre parole, le sottolineo due volte col rosso: documentazione, schema, tribunale. Giulia si sveglia verso le 3:30.
Capelli ovunque, pigiama coi panda spiegazzato. Sembra avere sette anni e allo stesso tempo quaranta. I bambini che hanno passato cose dure hanno quello sguardo. Occhi vecchi in una faccia giovane.
L’avevo visto in classe mille volte. Lo studente che non piange quando prende un brutto voto perché ha già pianto abbastanza per cose peggiori. “Sei rimasto”, dice. Come se si fosse mezza aspettata di trovarmi sparito.
“Ti avevo detto che restavo. ”
Si siede e si tira le ginocchia al petto. “Ha chiamato papà? ”
“Sì.
”
“È arrabbiato? ”
L’audacia di quella domanda. È arrabbiato. La bambina abbandonata che si preoccupa di aver disturbato chi l’ha abbandonata.
“No”, dico. “Non è arrabbiato. Tu come stai? ”
“Ho fame.
” Poi più piano, un po’ vergognandosene. “E mi vergogno di averti chiamato, di aver pianto. La mamma dice che sono troppo sensibile. ”
Giro il taccuino a faccia in giù sul tavolo.
“Giulia, guardami. ” Mi guarda. “Chiamare qualcuno che ti vuole bene quando hai paura e sei sola non è essere troppo sensibile. Quello è esattamente quello che devi fare.
È il senso di avere un nonno. ” Faccio una pausa. “E per la cronaca, una volta ho pianto in classe davanti a trenta studenti di quinta ginnasio. Lacrime piene, col fazzoletto e tutto.
”
Spalanca gli occhi. “Davvero? ”
“L’insegnante di educazione fisica non ne fu impressionato, ma i ragazzi del terzo banco mi portarono il caffè dal distributore senza zucchero perché mi conoscevano bene. ”
Si alza.
Quasi sorride. Quasi. “Dai, vestiti. Non restiamo in questa casa tutto il giorno.
”
“Dove andiamo? ”
Buona domanda. Non lo avevo ancora deciso del tutto, ma sapevo che non restavo tra quattro mura piene di gallerie fotografiche sbilanciate e i fantasmi di ogni viaggio a cui non era stata invitata. “Andiamo a mangiare cibo vero, non le mie uova.
”
“Grazie a Dio”, dice. Rido. La prima volta da quando sono atterrato. Finiamo in una trattoria in via Etnea, una di quelle che esistono da prima che costruissero la tangenziale e che si rifiutano di aggiornare l’arredamento o il menù per questione di principio.
Tovaglie a quadretti, menù scritto a mano col pennarello su un foglio plastificato, un bancone con le arancine esposte dietro il vetro e una televisione accesa su Rai 1 che nessuno guarda. Giulia ordina un’arancina al ragù e una granita alla mandorla con la brioche col tuppo, con la sicurezza di una persona che se l’è meritata. Io ordino la pasta alla Norma, perché ho 58 anni e ho fatto pace con chi sono. La cameriera, Nunzia, porta le bevande e dà a Giulia un sorriso del tipo che gli adulti fanno quando capiscono che una bambina ha passato un brutto periodo.
“Ce l’hai un bravo nonno? ” chiede. Giulia mi guarda. “Sì”, dice.
“È passabile, massima lode”, dico io. Nunzia fa l’occhiolino e ci lascia soli. Durante il pranzo faccio quello che ho accuratamente evitato di fare tutta la mattina. Faccio domande lentamente, con delicatezza, incorniciate come conversazione e non come interrogatorio.
Ma mentirei se dicessi che l’insegnante dentro di me non sta conducendo una silenziosa verifica sotto ogni boccone di pasta alla Norma. “Raccontami della recita scolastica”, dico. “Quella di dicembre. La tua maestra mi ha mandato il programma.
Avevi una parte parlata. ”
La faccia di Giulia fa qualcosa di complicato. “Hai visto il programma? ”
“La maestra me l’ha mandato per email.
Ha detto che sei stata bravissima. ”
“Avevo sette battute”, dice con l’orgoglio silenzioso di chi numero se l’è contato e ricordato. “Facevo la narratrice. ”
“Davide e Patrizia c’erano?
”
La cosa complicata torna sulla sua faccia. “Papà è venuto per un pezzettino”, dice con cautela. “Ha dovuto andar via presto perché Lorenzo aveva l’allenamento di calcetto alla parrocchia. E Patrizia è rimasta con Lorenzo.
”
Annuisco lentamente, tengo la voce regolare. “E il tuo compleanno? Marzo, giusto? Hai appena compiuto otto anni a marzo.
”
“Abbiamo fatto la torta”, dice semplicemente. “A casa. Solo noi. Papà mi ha regalato un tablet.
” Si ferma. “Ho sentito che parlavano la sera prima. La mamma diceva che si doveva fare una festa, ma papà ha detto che avevano già fatto il compleanno grande di Lorenzo all’Etnaland l’anno scorso e che non si potevano fare compleanni costosi ogni anno. ” Dice l’ultima parte con una voce leggermente diversa.
La voce attenta e imitativa che usano i bambini quando citano gli adulti senza rendersene conto. Le stesse parole, la stessa intonazione, come un registratore. “Quindi abbiamo fatto solo la torta. ”
Il compleanno di Lorenzo è a ottobre, quello di Giulia a marzo.
Cinque mesi di differenza, due anni diversi, due budget diversi, due scale di celebrazione diverse. E in qualche modo l’argomento “troppo costoso” era atterrato interamente sul lato della bambina adottata del bilancio. Non scrivo niente. Non devo.
Certe cose si incidono direttamente nella memoria, come gli errori che non segni in rosso perché sono troppo gravi per un segno a margine. “Giulia”, poso la forchetta. “Posso chiederti una cosa? E ho bisogno che mi dica la verità, anche se pensi che potrebbe mettere qualcuno nei guai.
”
Mi guarda attenta, calcolando, come una studente davanti a una domanda a sorpresa. “In quella casa, tu e Lorenzo siete trattati allo stesso modo? ”
Pausa lunga. Nunzia riempie il mio bicchiere d’acqua senza che nessuno glielo chieda.
La televisione sul bancone trasmette le previsioni del tempo. Sole su tutta la Sicilia, come sempre, come se il cielo non avesse ricevuto il memo che qui sotto le cose andavano malissimo. “A volte”, dice Giulia. Poi, più onestamente, “non tanto.
”
“Mi puoi raccontare un’altra volta che è successo? Qualcosa di diverso da quello che mi hai già detto? ”
Ci pensa con cura, quella faccia di anima vecchia di nuovo, che pesa a quale verità affidarmi. “Le foto di Natale”, dice alla fine.
“A Natale siamo andati in quel posto al centro commerciale, quello con lo sfondo e i vestiti uguali. ” Mi guarda per assicurarsi che stia seguendo. “La mamma ha scelto i maglioni rossi per lei, papà e Lorenzo. Per me ha detto che ne aveva ordinato uno online, ma che non era arrivato in tempo.
” Pausa. “E quindi che è successo nelle foto? ” “Ho messo il mio maglione della scuola, quello blu. ” La voce è attenta, misurata, come se si fosse raccontata questa storia molte volte e ne avesse limato i bordi ogni volta.
“Però va bene”, aggiunge. “Zara ha detto che stavo meglio io perché si vedeva di più. ”
Zara. Brava amica.
Il tipo di amica che trova il lato positivo. Il tipo di amica che ogni bambino dovrebbe avere. Il tipo di amica che non dovrebbe essere necessaria. “Dove sono quelle foto?
” chiedo. “Le hanno stampate? ”
“Sono appese al muro nel corridoio. ”
Penso alla galleria nel corridoio.
Undici foto. Giulia in due. Penso a quella foto di Natale, lei al bordo del quadro, maglione blu, mezzo passo dietro, come una che è in visita. Torniamo a casa verso le 5:00.
Mi fermo a un Conad e lascio che Giulia scelga quello che vuole: smalto per le unghie, caramelle gommose alla frutta, un libretto di giochi con cruciverba e labirinti. Lo fa con la moderazione attenta di una bambina a cui hanno insegnato a non chiedere troppo. Quella moderazione mi rompe qualcosa dentro. Quel modo di guardare le cose sullo scaffale e sceglierne una sola.
Quel modo di dire “basta così, nonno” prima ancora che io abbia detto qualcosa sul prezzo. Otto anni e già sapeva che lo spazio che occupava nel mondo doveva essere il minimo possibile. Mentre lei si sistema al tavolo della cucina col suo libretto di cruciverba e le caramelle, vado nel corridoio. Mi piazzo davanti a quella galleria di foto per un tempo lungo.
Poi tiro fuori il telefono e fotografo ogni singola immagine, ogni cornice, ogni disposizione. Conto di nuovo undici. Documento chi c’è in ciascuna. Poi apro il registratore vocale del telefono e parlo a bassa voce, appena sopra un sussurro.
“Giovedì ore 17:15 circa, via Ferrini, Catania. Oggetto: documentazione fotografica familiare nell’abitazione Ferrara. Undici fotografie esposte nel corridoio principale. La minore Giulia appare in due.
In una è visivamente separata dal nucleo familiare. Nella seconda indossa abbigliamento non coerente con il resto della famiglia, il che suggerisce che non era originariamente inclusa nella pianificazione della sessione fotografica. Entrambe le immagini collocate in posizioni a basso traffico visivo rispetto alle altre fotografie. ”
Spengo.
Torno in cucina. Mi siedo di fronte a Giulia che sta aggrottando le sopracciglia davanti al suo cruciverba, con una concentrazione tremenda. “Nonno”, dice senza alzare gli occhi. “Parallelo si scrive con due elle.
” Lo cerchia trionfalmente. Poi, con la stessa voce con cui aveva chiesto delle L: “Quando tornano domenica, mi farai tornare con loro? ”
Mi guarda. Lo chiede con una naturalezza disarmante, come se già sapesse che la risposta poteva essere sì, come se avesse costruito un’intera infrastruttura emotiva intorno alla preparazione per la risposta “sì”.
“Non lo so ancora”, dico onestamente. “Ma voglio che tu sappia una cosa. ” Alza gli occhi. “Qualunque cosa succeda, qualunque cosa io decida, qualunque cosa decida un qualsiasi adulto nella tua vita, voglio che tu sappia che non sei un ripensamento.
Non sei un fastidio. Non sei un maglione blu nella foto di Natale di qualcun altro. ” Tengo la voce ferma, voce da insegnante, quella che usavo quando un ragazzino piangeva e aveva bisogno di sentirsi dire che andava tutto bene e che la verifica si poteva rifare. “Tu sei il punto di tutto, Giulia.
Mi hai capito? ”
Mi fissa a lungo. Poi il mento le trema una volta sola. Lo ferma, lo blocca, come qualcuno che ha imparato troppo presto a controllare il tremore.
“Ok”, dice piano. “Ok”, dico io. Lei torna al cruciverba. Io torno al taccuino.
Non lo so ancora, ma la domenica non sarebbe andata per niente come Davide aveva pianificato. Chiama di nuovo alle 7:52 di sera. Questa volta rispondo. “Papà.
” Il sollievo nella sua voce è immediato. Poi, con cautela: “Come sta? ”
“Sta bene. È qui.
È al sicuro. ” Pausa. Nessun merito di chi è attualmente a Gardaland. Silenzio.
“Papà… ”
“Davide. ” Dico il suo nome nel modo in cui dicevo i nomi degli studenti quando avevo bisogno che capissero che non eravamo più in una conversazione casuale. Con l’intonazione precisa che usavo quando un ragazzo di quindici anni mi guardava in faccia e mi diceva che il tema l’aveva scritto e poi l’aveva dimenticato a casa, e io sapevo che mentiva e lui sapeva che io sapevo.
“Ti faccio una domanda e ho bisogno che rispondi onestamente. ”
“Ok. ”
“Quand’è l’ultima volta che Giulia è stata inclusa in un viaggio di famiglia? ”
Pausa lunga.
Più lunga di quanto avrebbe dovuto essere. La lunghezza di quella pausa mi dice tutto. “L’estate scorsa l’abbiamo portata. ” Si ferma.
Ricomincia. “È stato un anno difficile economicamente, papà. Non capisci… ”
“Il campeggio”, dico.
“Settembre. Le Madonie sopra Cefalù. Lorenzo è andato. ” Silenzio.
“Le foto di Natale. Lei aveva il maglione blu. ” Altro silenzio. “Il compleanno di Lorenzo all’Etnaland l’anno scorso.
Il compleanno di Giulia era torta a casa, solo torta. La crociera MSC da 20. 000 euro per sette giorni. E Giulia a casa con la signora Ferretti.
”
Silenzio completo adesso. Il tipo di silenzio che ha un peso, come l’aria prima di un temporale in Sicilia, quando il mare diventa piatto e il vento si ferma e sai che sta per arrivare qualcosa di grosso. “Davide. ” Tengo la voce a livello, misurata.
Un bisturi, non un martello. Non un’interrogazione in classe, un colloquio con un genitore. Quelli in cui devi dire la verità senza distruggere la persona che la riceve. “Non ti sto dicendo che sei una cattiva persona in questo momento.
Ti sto chiedendo di dirmi onestamente: quando guardi l’elenco che ti ho appena fatto, cosa vedi? ”
Non risponde per molto tempo. Quando finalmente parla, la voce è diversa, più bassa. Qualcosa sotto che riconosco perché l’ho sentita in mille colloqui coi genitori.
La voce di chi ha finito la strada. “Non so come siamo arrivati a questo punto”, dice. Eccola lì. Non una difesa, non una scusa.
Solo un uomo che guarda il proprio riflesso e non riesce a spiegare la persona che gli restituisce lo sguardo. Faccio un respiro lento. “Ne parliamo domenica. Tutti insieme, di persona.
”
“Ok”, dice piano. “Ok, papà. ”
Riattacco. Rimango seduto nella cucina di mio figlio, al suo tavolo, bevendo il suo caffè.
Apro il taccuino e comincio a scrivere la bozza della petizione. Sapete una cosa? Ventinove anni di insegnamento ti insegnano a leggere le persone. Ti insegnano a capire quando un ragazzino ha studiato e quando bluffa, quando un genitore si interessa davvero e quando finge, quando un collega è onesto e quando recita.
Ma nessun anno di insegnamento ti prepara al momento in cui devi leggere tuo figlio e scoprire che il ragazzo a cui hai insegnato i congiuntivi e l’Iliade è diventato un uomo che lascia una bambina a casa da sola perché è più comodo. Passo quella sera con Giulia. Guardiamo un film sulla televisione del soggiorno, un cartone animato di cui non ricordo il titolo, qualcosa con un pesce e l’oceano. Lei è raggomitolata accanto a me sotto la coperta pesante.
A un certo punto si addormenta con la testa sulla mia spalla. Resto immobile per un’ora e mezza. Le gambe mi si addormentano. La schiena protesta.
Non mi muovo di un millimetro. La porto in camera, la metto a letto, le rimbocco le coperte. Rimango sulla soglia a guardarla dormire per un minuto. Poi torno in cucina, apro il laptop di Davide, che non ha neanche una password, e cerco un avvocato di diritto di famiglia a Catania.
Ne trovo uno. Studio legale Ferrante e Ferrante, via Etnea. Specializzati in tutela minorile. Prendo nota dell’indirizzo e del numero.
Poi chiamo mia sorella Concetta a Palermo. È mezzanotte. Concetta risponde al secondo squillo. “Rosario, che succede?
”
“Ho bisogno di un consiglio. Anzi no, ho bisogno che mi ascolti e mi dica se sto impazzendo. ”
Le racconto tutto. Le foto, i viaggi, il maglione blu, la telefonata delle due di notte, i messaggi di Davide, la parola melodrammatica.
Concetta ascolta senza interrompere. Questo è raro per lei. Concetta ha un’opinione su tutto, dal modo giusto di fare la caponata al modo giusto di parcheggiare. Il fatto che stia zitta significa che la situazione è seria.
Quando finisco, c’è un lungo silenzio. “Quella bambina ha bisogno di te”, dice Concetta. “Non tra una settimana, non tra un mese. Adesso.
Lo so. ”
“E tu hai bisogno di un avvocato. ”
“Ho già il nome. ”
Altro silenzio.
Poi: “Rosario, Davide è tuo figlio. ”
“Lo so anche questo. ”
“Stai per fargli la guerra. ”
“Non gli sto facendo la guerra.
Sto tirando a riva una bambina che sta annegando. Se lui è nell’acqua con lei, è perché ci si è messo da solo. ”
Concetta sospira. Quel sospiro lungo e pesante che le donne della nostra famiglia fanno quando sanno che hai ragione e non vogliono ammetterlo.
“Hai bisogno di soldi? ”
“No. Ho la liquidazione dell’insegnamento. ”
“Hai bisogno di compagnia?
”
“No. Ho bisogno di dormire. ”
“Domani mattina vado dall’avvocato. ”
“Rosario.
Sì. Fai la cosa giusta. La stai già facendo. ”
Riattacca.
Concetta non dice mai addio al telefono. Decide semplicemente che la conversazione è finita e riattacca. Lo fa da quando l’ho vista cambiare. Dormo tre ore quella notte.
Mi sveglio alle 5 con il collo bloccato perché mi sono addormentato sul divano col taccuino in grembo. La matita rossa è caduta per terra. La raccolgo, la rimetto nel taschino. Alle 8:30 sono nello studio Ferrante e Ferrante.
L’avvocata Giuseppina Ferrante, una donna di circa 45 anni con gli occhi da chi ne ha viste troppe e le mani da chi ci lavora ancora sopra, mi ascolta per 47 minuti senza interrompere. Le mostro le foto, le faccio sentire i messaggi vocali, le do il taccuino con i miei appunti. Legge tutto. Poi alza gli occhi e dice una cosa sola.
“Lei ha documentato meglio di metà dei miei colleghi. Che lavoro faceva? ”
“Insegnante di lettere. ”
Sorride appena.
“Si vede. ”
Mi spiega la procedura. In Italia non esiste il concetto americano di custodia de facto come categoria separata, ma esiste l’articolo 333 del codice civile: condotta pregiudizievole del genitore. Il tribunale per i minorenni può intervenire quando la condotta di uno o di entrambi i genitori è pregiudizievole al figlio.
Non servono botte, non serve abbandono nel senso penale. Basta un pattern. Basta uno schema di trascuratezza affettiva, sistematica, documentata. “Lei ha lo schema”, mi dice l’avvocata.
“Le foto, i messaggi, il fatto che la minore è stata lasciata senza tutore legale designato, il pattern di esclusione dalle attività familiari, la disparità di trattamento tra figlio biologico e figlia adottiva. ” Fa una pausa. “Quello che le chiedo è: vuole davvero andare fino in fondo? ”
La guardo negli occhi.
“Non a fondo. Voglio andare fino a dove serve per quella bambina. ”
Prepara la documentazione. Venerdì mattina, un giorno.
In un giorno quella donna mette insieme una petizione al Tribunale per i minorenni di Catania per l’apertura di un procedimento ai sensi dell’articolo 333 del codice civile, con allegati, con le mie foto, con la trascrizione dei messaggi vocali, con una richiesta di affidamento temporaneo al sottoscritto, Rosario Ferrara, nonno paterno della minore. Mentre l’avvocata lavora, porto Giulia in giro per Catania. La porto alla villa Bellini, quel parco enorme nel cuore della città con i viali alberati e i gatti che dormono sulle panchine al sole come se il parco fosse stato costruito per loro. La porto alla pescheria, il mercato del pesce di piazza Alonzo di Benedetto, dove i pescatori urlano i prezzi come se fosse una questione di vita o di morte.
E l’odore del mare e del pesce fresco ti entra nel cervello e non esce più. Le compro un cartoccio di pesce fritto dalla bancarella all’angolo, quella con la vecchia signora che frigge le alici da trent’anni e che ti guarda come se non comprarle fosse un insulto personale alla Sicilia. Giulia mangia il pesce fritto camminando. Si sporca le dita.
Ride. Ride di qualcosa che un gatto sta facendo su un muretto, una cosa che non è neanche particolarmente divertente, ma lei ride perché può. Perché nessuno le sta dicendo di non fare rumore. Perché nessuno le sta dicendo che è melodrammatica.
La guardo ridere e penso: questa bambina non chiede il mondo. Chiede di essere nel quadro. Chiede il maglione rosso. Chiede il posto in macchina.
Chiede di esistere nella stessa stanza e non mezzo passo dietro. Sabato lo passiamo a preparare. L’avvocata Ferrante mi chiama alle 11:00 del mattino per confermarmi che la petizione è pronta e che lunedì mattina sarà depositata al tribunale per i minorenni. Mi dice anche che, vista la situazione, può chiedere un provvedimento d’urgenza.
“Non ancora”, dico. “Domani arrivano. Voglio parlare prima con mio figlio di persona, guardandolo in faccia. ”
La guardo per un lungo momento.
L’avvocata ha gli occhi di chi sa che a volte i genitori cambiano e a volte no, e che la differenza tra le due cose è un abisso. “Come vuole”, dice. Sabato pomeriggio Giulia e io andiamo a comprare le arancine dalla friggitoria di via Umberto. Lei prende quella alla Norma, che a Catania è una religione.
Io prendo quella al ragù. Mangiamo sulla panchina fuori dalla chiesa di San Placido, con le briciole sulle ginocchia e i piccioni che ci guardano con aspettativa professionale. “Nonno? ”
“Sì?
”
“Tu sei il mio primo. ”
“Non capisco. ”
“La mia prima scelta. Quando scegli qualcuno come la cosa più importante, sono la tua prima?
”
La domanda mi colpisce come un pugno. Non allo stomaco, al petto, in quel punto preciso dove il cuore batte e dove senti le cose prima che il cervello le elabori. “Sei la mia unica scelta”, dico. “Lo sei sempre stata.
”
Annuisce. Quel suo annuire piccolo e serio, come un patto tra noi, come la stretta di mano alla fine di un accordo che non ha bisogno di carta bollata perché si regge sulla parola. Mangiamo il resto delle arancine in silenzio. I piccioni aspettano.
Non gli diamo niente. I piccioni di Catania devono imparare che nella vita non tutto arriva gratis. Domenica, alle 4:17 del pomeriggio, Davide e Patrizia entrano dalla porta abbronzati e con le magliette della MSC addosso e i sorrisi fragili di chi ha passato sette giorni a fingere che andava tutto bene su una nave da crociera da 20. 000 euro.
Lorenzo entra dietro di loro con uno zaino nuovo e un cappellino da marinaio che evidentemente hanno comprato a bordo. Giulia è seduta al tavolo della cucina col suo cruciverba. Non alza gli occhi. Quello fa più male a Davide di qualunque cosa avrei potuto dire.
Lo guardo atterrare sulla sua faccia come una sentenza. “Ciao, tesoro”, comincia Davide. “Ti sente”, dico dalla porta della cucina. “Se risponde è una sua scelta.
”
Gli occhi di Patrizia si voltano verso di me. Il tipo di sguardo che dice: “Chi ti ha dato il permesso? ” Lo conosco immediatamente. L’ho ricevuto da centinaia di genitori durante i colloqui scolastici.
Lo sguardo di chi pensa che il problema sei tu che fai notare il problema. “Rosario, dovremmo parlare in privato”, dice Patrizia. “Dovremmo”, concordo. “Ma prima Davide controlla la cassetta della posta.
”
Aggrotta la fronte. Va alla porta. Torna con una busta di carta grande, il tipo con la chiusura metallica, che significa che è roba ufficiale e che dovresti sederti prima di aprirla. “Cos’è questo?
”
“Quella”, dico, “è la documentazione preliminare per una petizione al tribunale per i minorenni di Catania. Articolo 333 del codice civile. Condotta pregiudizievole ai danni della minore Giulia Ferrara. ” Lascia che la frase respiri per esattamente due secondi.
“Sono stato impegnato. ”
Patrizia impallidisce. “Non puoi… ”
“L’ho fatto.
Ventinove anni di insegnamento. So compilare la documentazione. ”
Davide rimane molto fermo. Apre la busta lentamente, nel modo in cui le persone aprono le cose che sanno già che cambieranno le loro vite.
I suoi occhi si muovono sulla prima pagina. Poi si siede. Si siede lì nell’ingresso, sul pavimento di marmo, con le orecchie di Topolino che gli cadono di mano. Non mi sento trionfante.
Mi sento stanco e certo. “Che è meglio, papà? ” La voce è vuota. “Ho le registrazioni”, dico piano.
“Ho le fotografie. Ho le date, Davide. Ogni viaggio, ogni compleanno, ogni recita scolastica con una sedia vuota dove due genitori avrebbero dovuto essere seduti. Ho uno schema così chiaro che potrei presentarlo a qualsiasi giudice in Sicilia e vincere prima di pranzo.
”
Patrizia comincia a piangere. Le porgo un fazzoletto, perché non sono un mostro, sono un nonno. “Non faccio questo per distruggervi”, dico. “Lo faccio perché quella bambina mi ha chiamato alle due di notte per chiedermi perché.
E nessuno in questa casa aveva una buona risposta. ”
Davide alza gli occhi. Sono rossi. “Lo so”, dice, appena udibile.
“Lo so, papà. ”
Patrizia piange. Lorenzo è rimasto sulla soglia con lo zaino nuovo stretto in mano, con la faccia di un ragazzino di undici anni che capisce che qualcosa è cambiato e non sa cosa. Faccio una cosa che non avevo pianificato.
Mi volto verso Lorenzo. “Lorenzo, vieni qui. ”
Viene lentamente, con gli occhi di chi ha paura di essere in colpa di qualcosa. Mi inginocchio per essere alla sua altezza.
“Tu non hai fatto niente di sbagliato”, dico. “Questo è tra adulti. Tu e Giulia siete fratelli. Questo non cambia.
Non cambierà mai. Capito? ”
Annuisce. Ha gli occhi lucidi.
Undici anni e capisce più di quanto un ragazzino di undici anni dovrebbe capire. Poi succede qualcosa che non avevo previsto. Lorenzo va in cucina, si siede accanto a Giulia. Lei alza gli occhi dal cruciverba.
“Scusa”, dice Lorenzo. Piano, con la voce rotta di un ragazzino che probabilmente ci aveva pensato per tutto il viaggio di ritorno. Giulia lo guarda a lungo. Poi gli passa il libretto dei cruciverba.
“Sai come si scrive parallelo? Due elle. ”
“Giusto. ” E riprendono.
Come se niente fosse successo, come se tutto fosse successo. Come fanno i bambini che trovano la via d’uscita prima degli adulti e con meno rumore. Mi volto verso Davide. È ancora seduto per terra nell’ingresso.
“Alzati”, dico. “Dobbiamo parlare. ”
Parliamo in cucina. Io, Davide, Patrizia.
I bambini in camera di Lorenzo. Sentiamo le loro voci attraverso la parete. Parlano di qualcosa, non capisco cosa, ma parlano. Poso il taccuino sul tavolo, la matita rossa sopra.
“Questa è la situazione”, dico. “Lunedì mattina la mia avvocata deposita la petizione al tribunale per i minorenni. A meno che… ”
“A meno che cosa, papà?
”
“A meno che voi mi convinciate adesso, in questa cucina, guardandomi in faccia, che le cose cambieranno. Non tra un mese. Non ‘ci stiamo lavorando’. Adesso.
E non a parole. Nei fatti. Voglio un piano. Voglio date.
Voglio impegni specifici. ”
Patrizia si asciuga gli occhi. “Cosa vuoi? ”
“Voglio che Giulia sia in ogni foto di questa casa.
Voglio che ogni viaggio la includa, o non si fa. Voglio che il suo compleanno abbia la stessa scala di quello di Lorenzo. Voglio che alle recite scolastiche ci siano due sedie occupate in prima fila, non una sedia per dieci minuti e poi via. Voglio che la parola melodrammatica non esca più dalla bocca di nessuno in questo appartamento, quando una bambina di otto anni piange.
Voglio che il maglione sia rosso come quello di tutti gli altri. ”
Silenzio. Davide mi guarda. Ha la faccia di chi ha passato sette giorni su una nave da crociera e adesso capisce che le onde vere erano qui a casa, dove le aveva create lui.
“E se le cose non cambiano? ” chiede. “La petizione è pronta”, dico. “L’avvocata aspetta la mia telefonata.
Non sono qui per fare lo spettacolo, Davide. Sono qui perché quella bambina ti ama ancora. E questa è l’unica ragione per cui sto parlando con te in una cucina invece di parlare davanti a un giudice. ”
Patrizia abbassa la testa.
“Mi vergogno”, dice. Piano, senza guardarmi. “Non… non me ne sono resa conto.
Non in quel modo. Pensavo fosse normale. Pensavo… ” Non finisce la frase.
Non deve. Sapevo cosa pensava. Pensava che la differenza fosse piccola. Che un maglione blu in una foto di Natale non fosse poi una tragedia.
Che una bambina che resta a casa mentre il fratello va a Gardaland non è abbandono, è solo logistica. Che diventare melodrammatica fosse una descrizione, non una condanna. Il problema delle piccole differenze è che si accumulano come la risacca. Un’onda sola non fa niente.
Ma centinaia di onde, giorno dopo giorno, anno dopo anno, erodono la roccia. E un giorno ti svegli e dove c’era la costa c’è il vuoto. Davide si alza. Va nell’ingresso.
Prende il sacchetto dei regali dalla valigia. Lo guarda. “Le riporto una cosa a Giulia”, dice. “Gliel’avevo presa sulla nave.
È nel bagaglio. ” Pausa. “L’ho presa il primo giorno, appena siamo saliti a bordo. Prima ancora di andare a cena al ristorante.
Ho visto il negozio della nave e le ho preso un braccialetto con l’ancora e il suo nome inciso. Giulia, con le lettere rosa. ” Mi guarda. “Lo so che non basta, papà.
Lo so. Ma le ho prese. ”
Non dico niente. Non perché non abbia niente da dire, ma perché a volte il silenzio è l’unico spazio in cui le persone possono essere oneste con se stesse.
Come nella correzione dei compiti. Non segni tutto in rosso. Lascia il margine. Lascia che lo studente trovi l’errore da solo.
L’udienza fu fissata per 37 giorni dopo. Tribunale per i minorenni di Catania. Giudice Ferrara, nessuna parentela, un uomo di circa 60 anni con la tolleranza per le sciocchezze pari a zero e un’esperienza con i minori che si leggeva nelle rughe intorno agli occhi. Ma prima dell’udienza successe qualcosa.
Davide e Patrizia fecero quello che avevano promesso. Non tutto, non subito, ma abbastanza da far capire che stavano provando. La settimana dopo portarono Giulia a comprare un maglione rosso, lo stesso modello di quello di Lorenzo. Giulia mi mandò una foto col messaggio: “Nonno, guarda: rosso!
“. Il fine settimana dopo andarono tutti e quattro alle gole dell’Alcantara. Tutti e quattro. Giulia mi chiamò dalla macchina.
“Nonno, c’è l’acqua gelata nel fiume. Lorenzo è caduto dentro. ” Si sentiva Lorenzo che protestava in sottofondo. Giulia rideva.
Rideva col tipo di risata che non contiene paura. La settimana dopo ancora, Patrizia mi mandò una foto della galleria nel corridoio risistemata. Cinque foto nuove di Giulia. Non ai bordi.
Non mezzo passo dietro. Al centro. Non le risposi. Non era il momento delle pacche sulle spalle.
Era il momento di osservare e aspettare, come un insegnante che ha dato un compito di recupero e aspetta di vedere se lo studente ha capito o ha solo copiato. All’udienza, Davide si presentò senza avvocato. Parlò per 11 minuti. Disse, con voce tranquilla e senza drammi, che amava sua figlia, ma che le aveva fatto torto in modi che stava ancora cercando di capire.
Che le cose erano cambiate. Che stavano cambiando. Che il maglione adesso era rosso. Il giudice guardò la documentazione.
Guardò me. Guardò Davide. “Signor Ferrara”, disse al sottoscritto, “lei ha fiducia in suo figlio? ”
La domanda più difficile della mia vita.
Più difficile di qualsiasi tema di maturità. Più difficile della Divina Commedia spiegata a trenta adolescenti alle 8:00 del mattino di un lunedì di febbraio. Guardo Davide. Lui mi guarda.
“Ho fiducia che ci stia provando”, dico. “Non è la stessa cosa, ma è un inizio. ”
Il giudice annuisce. Dispone un periodo di monitoraggio di sei mesi.
Servizi sociali, controlli periodici. La petizione resta sospesa. Non ritirata. Sospesa.
Come un compito consegnato, ma non ancora corretto. Come un tema di cui non sai ancora il voto. Quando usciamo dall’aula, Giulia aspetta in corridoio col suo libretto di cruciverba. Sta facendo un labirinto.
Alza gli occhi quando mi vede. “Nonno? Sì? Com’è andata?
”
Pausa. Come rispondere a una bambina di otto anni su un procedimento giudiziario? “Ci stiamo lavorando”, dico. “È una risposta da adulti.
”
“Esatto. ” Quasi sorride. Poi: “Nonno, posso venire a Palermo qualche volta? Dalla Zisa, dal balcone dove si vede il monte?
”
“Puoi venire quando vuoi. Ho la stanza degli ospiti. ”
“La stanza degli ospiti”, ripete. Come si dice in un posto dove è il nome di qualcuno sulla porta.
“La stanza di Giulia”, dico. Sorride. Stavolta sul serio. Sulla via del ritorno fermo la Panda a un distributore sulla A19, quello vicino Enna, col bar che ha la vista sulla valle e che vende il caffè migliore dell’isola.
Non ditelo ai catanesi. Prendo due caffè. Uno per me, uno per la strada. Tiro fuori la matita rossa dal taschino.
La guardo. Corta, masticata, rossa come il maglione nuovo di Giulia. Ventinove anni. Avevo usato quella matita per cerchiare gli errori, per sottolineare quello che non andava, per segnare a margine le domande giuste.
Per la prima volta nella mia vita non so se ho cerchiato l’errore giusto o se ho sbagliato io. Se tirare fuori la petizione è stato l’atto di un nonno coraggioso o di un uomo arrogante che pensava di sapere meglio degli altri come si cresce un figlio. Se il maglione rosso comprato dopo la minaccia del tribunale vale come il maglione rosso che avrebbero dovuto comprare prima. Se le foto nuove nel corridoio sono amore ritrovato o paura di un giudice.
Non lo so. Davvero non lo so. Rimetto la matita nel taschino. Accendo il motore.
La A19 si apre davanti a me, quel nastro d’asfalto che taglia la Sicilia in due. A sinistra, in lontananza, si vede il profilo dell’Etna con un filo di fumo in cima. A destra, le colline brulle dell’entroterra, gialle d’erba secca e punteggiate di pale eoliche che girano lentamente nel vento. Non so se ho fatto la cosa giusta.
So solo che una bambina di otto anni mi ha chiamato alle due di notte e che io ho risposto prima del secondo squillo. E forse, alla fine, è quello il punto di tutto. Non avere le risposte. Ma rispondere al telefono.
E voi? Voi cosa avreste fatto?


